editoriale
"E'
molto meglio fallire in originalità che trionfare con l'imitazione"
Herman
Melville
Quando
ho deciso di trasferire l'esperienza di Asap, la mia vecchia
fanzine cartacea, su web, la prima domanda che corre per la
tua testa è: come iniziare?
Come dare il via a un progetto come ce ne sono tanti senza rischiare
di ricalcare il cammino dei tanti? Quali decisioni devono essere prese?
Credo che la risposta non venga dal taglio giornalistico, dalla perizia
grafica o da ogni altra cosa del genere. La risposta viene esattamente
là da dove vengono tutte le decisioni più sagge o folli
che abbiamo mai preso: rispettare quello in cui credi.
Onestamente
l'unico taglio editoriale che mi sento di dare è dire ciò
che davvero si pensa, nel momento in cui lo si pensa. E, dove non
è possibile, tacere.
"C'era un uomo in ascensore che sapeva esattamente quello che
voleva" commenta Tom Hanks/Joe Fox nella commedia di Nora Ephron
C'è Posta per Te.
Credo di sapere esattamente quello che voglio e onestamente non ha
poi così tanta importanza se non sempre coincide con i desideri
o le voglie di qualcun altro. Se così è, è comunque
inevitabile che si ingeneri una contraddizione in termini.
Essere indipendenti porta con sé notevoli vantaggi ma anche
un rovescio. L'autoreferenzialità. E' il rischio in cui cade
chiunque si voglia occupare oggi di cultura indipendente. Se, come
sono convinta, il giornalismo non ha nulla a che fare con la registrazione
a un tribunale, né con la tessera dell'ordine, non si può
nemmeno dire che scrivere si riduca a starsene per ore dietro al computer
sino a notte fonda. Se non c'è nessuno dall'altra parte, nessuno
che ti legga, ti critichi, ti faccia sentire che c'è, allora
non ha più senso. Se non c'è nessuno che senta il bisogno
di dibattere, di trovare in quello che scrivi qualcosa da confutare,
da negare, o da abbracciare tanto vale non scrivere niente.
Se rimaniamo a coltivare l'orticello convinti di "fare la cosa
giusta" ma nessuno se ne accorge, abbiamo fallito. E' per questo
che, se vogliamo davvero capire qualcosa di quello che ci sta attorno,
dobbiamo aprirci al mondo di fuori. Quello che facciamo tutti i giorni
non è meno importante dell'ultimo disco di Daniel Johnston
e forse merita di essere indagato.
Giorni fa, durante il contenitore culturale di Radio Tre Fahrenheit,
ho sentito un ascoltatore lamentare che ormai l'editoria pura non
esiste più e, di conseguenza, è naturale che indagare
certe questioni non interessi più a nessuno. I giornali, sosteneva,
sono ormai la punta dell'iceberg di interessi più grandi di
loro. Quando scorro le pagine di un quotidiano (pure con le dovute
eccezioni) la mia sensazione è che non dica, a me personalmente,
assolutamente nulla. Non dice nulla perché lì non ci
sono io. Il quotidiano promuove ormai un sapere asettico che potrebbe
valere per tutti e per nessuno.
Non mi sorprende che le esternazioni di Oriana Fallaci abbiano avuto
tale richiamo da farle da traino per un poderoso rilancio in libreria.
Se sia il contrario, che abbia scritto quello che ha scritto per produrre
un traino in libreria, questo non lo so. Ma in fondo non importa poi
più di tanto. Leggere, lo so, è un'arte. D'altra parte
uno scritto è sudore e sangue e credo non gli basterebbe far
bella mostra sullo schermo del vostro computer. Un tipo così
reclama attenzione, coinvolgimento. Si legge per capire. Si legge
per essere scossi nelle nostre convinzioni anche là dove sono
più salde. Si legge, credo, per sapere. Ma la realtà
è che, oggi, anche leggendo i quotidiani tutti i giorni, come
un personaggio del nuovo film di Michael Moore sottolinea, "crediamo
di sapere ma in realtà non sappiamo niente".
Non vorrei finire così. Credere di sapere, personalmente, non
mi basta.
La chiave, forse, sta nel raccontare e indagare il nostro vissuto,
e con la stessa curiosità e passione frugare in quello di altri,
non importa se è una partita di pallone o i testi di Nick Cave.
Non possiamo pretendere, è ovvio, che il nostro vissuto sia
l'unica chiave per leggere il mondo di fuori. Nel migliori dei casi
sarà una testimonianza tanto parziale da poter essere discussa
ma d'altro canto non così freddamente anonima da scivolare
via.
Non faremo i paladini del diverso, ma neppure scriveremo tanto per
fare. Del resto, se dilettantismo c'è, è quello di chi
scrive non sapendo nemmeno su cosa, per quale ragione e per chi esattamente
lo sta facendo. Non vorremmo diventare come uno di quei libri di cui,
per dirla con Dickens, "il retro e la copertina sono le parti
migliori".
E comunque ci affidiamo, fiduciosi, a chi ha ancora voglia di leggere.
Milena
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